La resilienza è diventata una delle parole chiave della psicologia moderna, spesso evocata in modo generico. Ma cosa significa davvero essere resilienti? Pietro Trabucchi, psicologo specializzato in sport di resistenza, offre una definizione precisa e operativa: la resilienza è «la capacità di tenere fermo un proposito nonostante le difficoltà».

Un fenomeno cognitivo

Trabucchi sottolinea che la resilienza non è un tratto di personalità innato, né una forma di coraggio eroico: è un fenomeno cognitivo. Dipende da come interpretiamo gli eventi, da quali significati attribuiamo alle difficoltà, da come ci raccontiamo la nostra storia. Questo significa che può essere sviluppata e allenata.

I quattro aspetti cognitivi della resilienza

1. Senso di controllo

Percepire gli eventi come almeno in parte dipendenti dalle proprie azioni favorisce la proattività e il senso di responsabilità. Chi crede di poter influenzare la propria situazione — anche parzialmente — agisce invece di arrendersi. Il contrario è il «locus of control» esterno: attribuire tutto a fattori fuori dal proprio controllo, che porta alla passività.

2. Tolleranza alla frustrazione

Saper accettare le sconfitte temporanee come opportunità di apprendimento, invece di viverle come fallimenti definitivi, è essenziale per continuare a impegnarsi. La frustrazione è inevitabile in qualsiasi percorso impegnativo: ciò che distingue chi persevera è la capacità di tollerarla senza cedere.

3. Capacità di ristrutturazione cognitiva

Trovare elementi positivi anche negli eventi negativi — non come negazione della realtà, ma come riformulazione del significato — permette di mantenere la motivazione. Perdere un lavoro può essere vissuto come un fallimento oppure come un'opportunità di cambiamento. La stessa realtà, interpretata diversamente, produce esperienze diverse.

4. Attitudine alla speranza

Vedere gli eventi negativi come temporanei e circoscritti, invece che come permanenti e pervasivi, permette di mantenere la prospettiva sul futuro. Martin Seligman chiama questo «l'arte della speranza»: non un ottimismo ingenuo, ma una modalità cognitiva che distingue il momentaneo dal definitivo.

Riflettere su questi quattro aspetti e chiedersi in quale area si può crescere è già il primo passo verso una resilienza più solida.

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