"Volere è sentirsi attratti da qualcosa che ancora non si conosce, perché ciò che si conosce non basta più"

Ho finito "Vuoi?" di Igor Sibaldi con quella sensazione strana che lasciano certi libri: la sensazione di aver sempre saputo qualcosa che però non riuscivi a dire. Uscito a marzo per Mondadori, è un libro sottile – non per lo spessore, ma per il taglio. Sibaldi non spiega il volere. Lo isola. Lo libera da tutto quello che gli si è appiccicato addosso nel tempo.

E la prima operazione che fa è precisamente questa: togliere.

Volere non è quello che pensiamo

C'è un'intera sezione del libro dedicata a distinguere il volere autentico da tutti i suoi sosia. È quasi una via negativa, come quella dei mistici. Scopri che il volere non è permettere – e qui Sibaldi è preciso: permettere appartiene alla sfera del potere, inteso però nel senso più scoraggiante del termine, quello concessivo. "Mi permetto di...", "Mi concedo di..." Non è slancio verso qualcosa: è autorizzazione riluttante a se stessi, come se ci si dovesse giustificare prima di muoversi. Il potere che concede non ha niente a che fare con il volere che attrae.

Non è nemmeno scegliere – perché scegliere è "fermarsi a contemplare un limitato assortimento di possibilità che ci vengono date da altri o che noi diamo a noi stessi".

Non è avere bisogno. Il bisogno è qualcosa che subiamo, che ci "punge", che arriva quando magari volevamo tutt'altro. Il bisogno è passivo: ti accade, non lo scegli. E soprattutto non ti orienta verso l'ignoto – ti spinge semplicemente a colmare una mancanza già definita.

Fin qui, il volere è stato distinto da ciò che gli si sostituisce senza esserlo: concessioni che riceviamo, opzioni che ci vengono date, bisogni che subiamo. Tutte forme passive o reattive. Ma c'è ancora una trappola, forse la più insidiosa, perché ci sembra virtù: lo sforzo di volontà.

"'Sforzo di volontà' significa… non voglio, ma non importa che io non voglia, perché io sono capace di volere ciò che non voglio. Così del volere autentico non rimane più niente"

Lo sforzo di volontà è la negazione del volere travestita da disciplina. Quando mi sforzo, sto ammettendo che non voglio davvero. Sto usando una forza di coercizione interna per sopperire all'assenza di attrazione genuina. È l'opposto del volere – non il suo compimento.

Poi arriva la distinzione più difficile, quella col desiderare. Ed è qui che il libro, almeno per me, ha detto qualcosa di nuovo – ma anche qualcosa che merita di essere guardato con onestà critica.

In questo post sul drago e il desiderio avevo recensito un altro libro di Sibaldi, Ribellarsi al destino, in cui il desiderio – inteso come capacità di immaginare qualcosa di diverso da ciò che il mondo ci impone – sembrava la forza trasformatrice per eccellenza. Quasi bastasse coltivare l'immaginazione del possibile per cambiare se stessi e la propria traiettoria. In "Vuoi?" Sibaldi torna sullo stesso territorio ma cerca di aggiungere una componente ulteriore, la volontà appunto, distinguendola dal semplice desiderare:

"Desiderare… significa: smettere di dare retta alle potenze che reggono il mondo, liberarsi dai blocchi che esse determinano, e immaginare qualcosa di meglio. … Purtroppo, il desiderare non cambia nulla, di per sé. A chi vi si dedica con continuità permette soltanto di sapere, con abbondanza di particolari, ciò che non ha ancora; ma potrà non averlo mai, se non oserà passare dal desiderare al volere."

Il desiderio ci fa vedere con chiarezza cosa manca: è una mappa dettagliata dell'inadeguatezza del presente, non una pianta del tesoro. Può elencare, con abbondanza di particolari, tutto ciò che non c'è – ma da questo elenco non si deduce ciò che verrà. Resta contemplazione, per quanto vivida e necessaria. Il volere sarebbe il passo successivo: il momento in cui smetti di guardare ciò che non hai e cominci a sentirti attratto da qualcosa che ancora non sai nemmeno nominare – e non lo sai proprio perché è davvero nuovo, non semplicemente il negativo della mancanza che il desiderio aveva illuminato.

In teoria, la distinzione è netta. In pratica, devo ammettere che le due prospettive – quella di Ribellarsi al destino e quella di "Vuoi?" – non appaiono così chiaramente separate. Il desiderio di cui parlava il primo libro non era solo individuazione della mancanza, e la volontà di cui parla questo non è chiarezza dello scopo. Forse Sibaldi sta descrivendo due momenti di uno stesso movimento, e la differenza è più di accento che di sostanza. O forse il confine esiste, ma è di quelli che si capisce solo attraversandolo.

Vogliamo ciò che non sappiamo ancora

Qui il libro spinge l'intuizione ancora più in là. Non è solo che il volere non deduce il suo oggetto dal desiderio: non può averlo già rappresentato in nessuna forma, altrimenti non sarebbe volere. Sibaldi rovescia l'assunzione implicita che abbiamo sul volere: che si voglia qualcosa di definito, che il volere sia già rappresentazione dell'oggetto.

"Quando voglio davvero, non so ancora cosa voglio. Volere, infatti, è sentirsi attratti da qualcosa che non si ha… e sapere è già un modo di avere"

Il volere autentico è attrazione verso l'ignoto. Non verso l'indeterminato in senso vago, ma verso qualcosa di cui si avverte la gravità prima ancora di averne la forma. Qualcosa che orienta il movimento senza essere mai pienamente raggiunto, che esiste come polo dinamico piuttosto che come meta fissa.

Molti futuri, molti passati

C'è poi un'altra intuizione, forse la più bella del libro, che riguarda il rapporto tra volere e tempo. Sibaldi dice che non abbiamo un solo futuro, ma molti – e che il volere è la forza che ci fa imboccare l'uno anziché l'altro. Fin qui, niente di sorprendente.

La novità è sull'altro versante: anche i passati sono molteplici.

"Volere è vedere emergere dai tuoi passati competenze dimenticate, che un tuo futuro inatteso risveglia, perché lo hai voluto"

Quando imbocchiamo un certo futuro, non solo andiamo da qualche parte: ricordiamo chi eravamo. Il volere riattiva strati della nostra storia che sembravano sepolti. C'è una coerenza retroattiva nel volere vero – come se la traiettoria verso cui ci muoviamo illuminasse all'indietro pezzi di noi che non sapevamo di avere ancora.

Questo mi sembra profondo. Non costruiamo il futuro su un passato fisso. Lo costruiamo su un passato che il futuro, scelto dal volere, trasforma e rivela.

Il tecnico delle luci

Verso la fine, Sibaldi usa un'immagine meravigliosa:

"Quando cominci a volere, diventi quello che in teatro è il tecnico delle luci. Manovrando i riflettori, il tecnico delle luci fa esistere di più alcune parti del palcoscenico, e altre meno; alternando i filtri di colore plasma il senso dei gesti, dei volti degli attori e, dunque, dell'intera vicenda rappresentata."

Non cambiamo la realtà. Cambiamo l'illuminazione. E cambiando l'illuminazione, cambia tutto ciò che la realtà significa. Il palcoscenico è lo stesso, ma la storia che racconta è un'altra.

E come si impara a manovrare quei riflettori? Qui Sibaldi, per una volta, si fa pratico: il primo passo per imparare a volere è imparare a non sapere – prestare attenzione a ciò che ancora non si conosce, cercare deliberatamente ciò che non si è mai saputo. "Questo significa avere un atteggiamento filosofico", scrive. Non è una metafora. È proprio quello che la filosofia fa – o dovrebbe fare.

"Vuoi?" è un libro che si legge in poche ore, ma che lavora a lungo. Non dà risposte su cosa volere. Dà qualcosa di più utile: la capacità di riconoscere, quando arriva, il volere vero. Quello che non sapevi di avere, finché non hai smesso di sapere dove stavi andando.

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