Conoscere il dolore per soffrire meno
Riflessioni su «Riflessioni sul dolore» di Umberto Eco
Esiste una storia culturale del dolore. Non una storia clinica, non una storia tecnica, ma una storia di sguardi: il modo in cui in epoche diverse l'umanità ha guardato in faccia la propria sofferenza e ha cercato di darle un senso, una funzione, un destino. Umberto Eco, in Riflessioni sul dolore, ne traccia le grandi linee — dai greci ai contemporanei — e arriva a una conclusione che vale la pena seguire fino in fondo, perché chiarisce qualcosa che ci riguarda tutti: come stare oggi davanti al dolore, dopo millenni di tentativi di abitarlo, redimerlo, comprenderlo, eliminarlo.
Le figlie di Eris
Per gli antichi il dolore appartiene al male del mondo. Nella Teogonia di Esiodo, Eris — la dea dell'oscurità, fomentatrice di odio e discordia — genera Ponos (la Fatica), Lethe (l'Oblio), Limós (la Fame), e infine Algea, i dolori che fanno piangere. È una genealogia che dice molto: il dolore è figlio della discordia, parente della fatica e dell'oblio, fratello della fame. Appartiene a quella regione oscura dell'esistenza che la mente non sa addomesticare.
I greci hanno saputo distinguere fra i dolori del corpo e i dolori dell'anima, e proprio sui dolori dell'anima la filosofia antica ha lavorato a fondo. Da qui le grandi ricette dell'apatia e dell'atarassia. La prima è rinuncia ad ogni azione volta a modificare la propria condizione, come segno e metodo per raggiungere una soddisfazione di ciò che si è. La seconda è liberazione dalle passioni per intraprendere un cammino esclusivamente razionale. Ricette diverse, intento comune: spegnere il fuoco interiore che brucia, raggiungere una quiete dell'anima che il dolore morale non riesca più a scuotere.
Il dolore fisico, invece, è fato.
Il rovesciamento cristiano
C'è un momento, nella storia dell'umanità, in cui il dolore cambia di segno. Avviene con il cristianesimo, nel quale il modello di vita diventa il Cristo sofferente. Ciò che era condanna diventa via. Ciò che era figlio dell'oscurità diventa strumento di redenzione.
Agostino, nei Sermones, paragona i dolori alla macina che stritola le olive: chi sopporta con rassegnazione e persino con gioia il volere di Dio sortirà da questa spremitura simile a olio lucente, mentre chi si ribella non sarà che nera morchia. È un'immagine straordinaria, perché spiega in una sola figura tutta una metafisica: il dolore è la macina, l'anima è l'oliva, e ciò che sgorga è una qualità nuova dell'essere.
L'arte segue la teologia. Tertulliano invita i martiri a sopportare ogni tipo di sofferenza. Nel Medioevo maturo la rappresentazione del Cristo in croce diventa drammaticamente realistica, e da lì passerà alla cultura barocca «in un crescendo di erotica del dolore». Per le anime accese di misticismo, il dolore diventa addirittura strumento di salvezza da cercare attivamente: è il caso di Ignazio di Loyola, che fa della mortificazione una pratica spirituale.
Il dolore ha smesso di essere fato e si è fatto via.
La via tragica
Accanto alla via cristiana ne corre un'altra, che attraversa la modernità con tonalità diverse e che riprende un'intuizione antichissima: quella di Eschilo. L'eroe tragico è colui che, attraverso il dolore, giunge infine alla conoscenza. Pathei mathos, dice il coro dell'Agamennone: dalla sofferenza il sapere.
Questa intuizione torna nei filosofi dell'idealismo tedesco — Fichte, Hölderlin, Hegel, Schelling — nell'incontro tra la filosofia e il tragico. Solo sprofondando nell'alterità grazie al dolore si può giungere alla gioia. In Hegel questo è il «travaglio del negativo»: lo spirito non avanza saltando sopra la negatività, la attraversa, se ne lascia lavorare. La vita diventa pensiero solo perché ha conosciuto la frattura.
Nietzsche ne fa un principio di lucidità: chi soffre fortemente vede le cose dal di fuori dell'inganno consueto. La sofferenza intensa rompe l'incantesimo dell'ovvietà e mostra il reale per quello che è. In Nietzsche il tema si fa però più leggero. A essere esaltata è la danza, una forma del vivere che attraversa la sofferenza senza imputarle una colpa, senza farne ascesi né dovere. Il dolore istruisce, ma non condanna.
La stessa idea torna, in tonalità diverse, in Dostoevskij — grazie al dolore anche gli imbecilli possono diventare intelligenti — e in Proust, che nel Tempo ritrovato scrive: «solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie dello spirito».
C'è dunque, accanto alla via cristiana, una grande linea filosofico-letteraria che riconosce al dolore una funzione conoscitiva. Una via tragica nel senso più alto: il dolore come occhio dell'anima.
La linea del toglimento
Sotto queste vie — e a tratti contro di loro — ne corre un'altra di origine medica — sotterranea ma costante — che attraversa l'intera storia dell'occidente: la linea del toglimento. Per questa via il dolore non è fato da accettare, non è strumento di redenzione, non è organo di conoscenza. È un male, e basta. E va eliminato.
È la via che parte dalle antiche arti di chi cura e arriva fino a noi con mezzi di crescente efficacia. È rappresentata da una figura discreta ma decisiva — quella di chi guarda il dolore e si chiede: come si fa a farlo cessare? Per questa via, il dolore non insegna nulla che non si possa imparare altrove. Non è macina, non è verità, non è soglia. È sofferenza priva di senso, e va sottratta.
Per millenni questa linea medica ha convissuto con le altre più religioso-filosofico-culturali senza mai prevalere apertamente. Mentre i santi continuavano a tormentarsi e i filosofi a cercare nel dolore una conoscenza, questa corrente parallela si impegnava a diminuire la quota di dolore esistente nel mondo. La modernità ha deciso che il dolore non doveva più essere una condanna. Non tutta la sofferenza è eliminabile, certo, ma il principio è netto: tutto il dolore eliminabile deve essere eliminato, anche quando, e forse soprattutto quando, non c'è speranza di guarigione. È una svolta che chiude millenni di interrogativi sul senso del dolore con una risposta pragmatica: laddove possibile, eliminazione.
La sintesi di Eco
Eco, davanti a queste vie, sceglie con chiarezza. Sposa la linea del toglimento. Riconosce che il dolore è inutile, e che davanti al dolore non c'è ragione di celebrare misticismi né tragicità.
Eppure, salva una cosa, una sola, di tutto il sapere accumulato dalla filosofia e dalla letteratura sul dolore. Il dolore ha una componente culturale. Probabilmente ci conviene conoscere il dolore — la sua storia, le sue ragioni, la sua natura — per soffrire un po' meno di ciò che la medicina non riesce a togliere.
È una sintesi che riconosce alla via del toglimento la sua vittoria, e insieme conserva alla cultura una funzione discreta ma reale: non più conoscere attraverso il dolore, ma conoscere il dolore per attraversarlo meglio.