Esiste una distanza, a volte tristemente evidente, tra la vita che conduciamo e quella che avremmo potuto vivere. Non necessariamente una vita migliore in termini di successo, ricchezza o riconoscimento sociale. È piuttosto la sensazione di aver lasciato qualcosa di incompiuto, una parte di noi che non ha trovato espressione. Da questa distanza prende avvio La guerra dell'arte di Steven Pressfield. Da una parte c'è la vita che viviamo, dall'altra quella che non abbiamo (ancora) vissuto, ma che in qualche modo sappiamo possibile. In mezzo si frappone una forza che l'autore chiama Resistenza.

La Resistenza si manifesta quando cerchiamo di intraprendere qualcosa di significativo: scrivere un libro, avviare un'impresa, cambiare professione, coltivare una passione o modificare un'abitudine. Secondo Pressfield, quanto più un'attività ci avvicinerebbe alla nostra realizzazione personale, tanto più intensa sarà la Resistenza che incontreremo. Una prospettiva interessante, che contiene intuizioni psicologiche profonde, ma anche, io credo, alcune semplificazioni.

Che cos'è la Resistenza secondo Pressfield

La Resistenza si manifesta in forme apparentemente innocue. Controlliamo ancora una volta la posta elettronica prima di iniziare un lavoro importante. Cerchiamo un altro libro da leggere sull'argomento. Aspettiamo di avere le idee più chiare, di sentirci sufficientemente preparati o di trovare il momento giusto. Sono attività che, prese singolarmente, possono essere perfettamente ragionevoli. Il problema emerge quando diventano strategie per evitare ciò che potremmo davvero affrontare.

La razionalizzazione trasforma l'evitamento in una decisione apparentemente sensata. Non stiamo rinunciando al nostro progetto: stiamo solo attendendo le condizioni adatte. Solo che quelle condizioni potrebbero non arrivare mai. Dare un nome alla Resistenza permette di osservare i nostri automatismi senza identificarci completamente con le ragioni che produciamo per non agire. Questo, a mio avviso, è il contributo più importante del libro. Il fenomeno era già noto; Pressfield gli ha dato una metafora abbastanza potente da renderlo visibile nella vita quotidiana.

La paura di cambiare: identità, Ego e Sé

La Resistenza si alimenta soprattutto di paura. Paura del fallimento, del giudizio, del rifiuto, delle conseguenze economiche e personali delle nostre scelte. Pressfield suggerisce che potremmo temere anche le conseguenze del successo, perché realizzare il nostro potenziale significa modificare l'immagine che abbiamo di noi stessi e, inevitabilmente, il nostro rapporto con gli altri. Diventare ciò che desideriamo essere comporta l'abbandono di alcune certezze. Può costringerci a rinunciare a identità consolidate, ad aspettative familiari e sociali, talvolta persino al senso di appartenenza che abbiamo costruito nel tempo.

Qui il discorso si fa esistenziale. Oltre che di produttività, la Resistenza è una questione di identità: davanti all'ignoto, ci aggrappiamo a quella che conosciamo. L'autore richiama anche la distinzione junghiana tra Ego e Sé. L'Ego rappresenta la parte cosciente della psiche che organizza la nostra esistenza quotidiana, mentre il Sé comprende una totalità psichica più ampia, che include anche ciò che ancora non conosciamo di noi stessi. Nell'interpretazione di Pressfield, l'Ego tende a preservare lo stato attuale delle cose, mentre il Sé ci spinge verso l'evoluzione e la realizzazione di altre possibilità.

Quante delle nostre scelte esprimono ciò che desideriamo, e quante servono invece a proteggere l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi?

Dilettante e professionista: la disciplina come libertà

Nella seconda parte del libro Pressfield propone una strategia per affrontare il nemico: diventare professionisti. La distinzione tra dilettante e professionista proposta da Pressfield non riguarda il talento, la competenza o il fatto di essere pagati per il proprio lavoro. Riguarda soprattutto l'atteggiamento. Il dilettante aspetta di sentirsi pronto. Cerca la motivazione, l'ispirazione, le condizioni ideali. Il professionista, invece, si presenta al lavoro indipendentemente dal proprio stato d'animo. Se è uno scrittore, ad esempio, si siede alla scrivania ogni giorno, sia che abbia l'ispirazione sia che non l'abbia, e scrive. Scrivendo propizia l'ispirazione.

Diventare professionisti significa soprattutto assumersi la responsabilità del processo, prima che del risultato. Il professionista, inoltre, non si identifica completamente con il risultato del proprio lavoro. Impara a separare il valore della propria persona dal successo o dall'insuccesso di ciò che produce. In questo senso, la disciplina proposta da Pressfield può diventare una forma di libertà: non dover dipendere continuamente dall'approvazione degli altri o dalle oscillazioni del proprio umore.

Orientamento gerarchico e territoriale: la motivazione intrinseca

Un'altra distinzione interessante è quella tra orientamento gerarchico e orientamento territoriale. Nel primo caso, attribuiamo valore alle nostre attività in funzione del riconoscimento che possiamo ottenere dagli altri. Nel secondo, il valore deriva dall'attività stessa. Pressfield propone un esperimento mentale: «Di ogni attività che fai, chiediti: se fossi l'ultima persona al mondo, lo farei comunque?». Scriveremmo ancora se nessuno potesse leggere ciò che produciamo? Continueremmo a studiare qualcosa se non potessimo esibire le nostre conoscenze? Ci dedicheremmo a un progetto anche senza la prospettiva di ottenere prestigio o approvazione?

Non credo che il riconoscimento sociale sia necessariamente una motivazione negativa. Siamo esseri relazionali e gran parte del significato delle nostre azioni nasce proprio dal rapporto con gli altri. Tuttavia, la distinzione di Pressfield aiuta a riconoscere quando la ricerca di approvazione finisce per sostituirsi al nostro interesse autentico. È il caso di chi scrive pensando soprattutto a ciò che il pubblico desidera leggere, anziché a ciò che sente importante esprimere. O di chi sceglie un percorso professionale esclusivamente sulla base dello status che può garantirgli.

C'è un'affinità evidente con il concetto psicologico di motivazione intrinseca: l'attività trova la propria ricompensa nel suo stesso svolgimento. Che il giudizio degli altri conti è fuori discussione. Resta da capire quanto spazio siamo disposti a concedergli quando decidiamo che cosa vale la pena fare.

I limiti della Resistenza: quando la paura non indica la strada

La capacità della metafora di Pressfield di spiegare tanti comportamenti diversi è anche uno dei suoi limiti. Se ogni dubbio è Resistenza, ogni paura indica la strada da percorrere e ogni esitazione dimostra l'importanza di un progetto, come possiamo distinguere un autentico auto-sabotaggio da una valutazione ragionevole? Pressfield arriva ad affermare: «La paura ci dice quello che dobbiamo fare». È una frase potente, ma non necessariamente vera. La paura può segnalare che stiamo affrontando qualcosa di importante. Può indicare che stiamo uscendo dalla nostra zona di comfort o mettendo in discussione un'identità consolidata.

Ma può anche avvertirci di un rischio concreto, di una preparazione insufficiente o di un progetto che non corrisponde più ai nostri desideri. Non tutte le esitazioni sono fughe. A volte fermarsi significa esercitare discernimento. Qui emerge un problema di non falsificabilità. Se qualunque obiezione al progetto può essere interpretata come una manifestazione della Resistenza, la teoria diventa impossibile da mettere in discussione. Persino il dubbio sulla sua validità potrebbe essere considerato un'ulteriore prova della sua esistenza.

Una spiegazione capace di interpretare ogni comportamento rischia, paradossalmente, di non aiutarci più a distinguere tra comportamenti differenti. Per questo credo che la Resistenza funzioni meglio come metafora operativa che come teoria generale della motivazione umana. È utile domandarsi se stiamo evitando qualcosa per paura; è molto meno utile presumere che la paura sia sempre la spiegazione corretta.

Procrastinazione e regolazione emotiva

Un secondo limite riguarda il linguaggio scelto da Pressfield. La guerra, il nemico, la disciplina, il combattimento quotidiano: tutto alimenta una retorica della responsabilità individuale molto energica. Questo approccio può essere efficace quando abbiamo bisogno di interrompere una sequenza di giustificazioni. Ma può anche trasformarsi in una forma di moralizzazione. Se non riesci a portare avanti il tuo progetto, significa che non stai combattendo abbastanza? Che non ami sufficientemente ciò che fai? Che stai cedendo alla tua parte più debole?

La ricerca psicologica contemporanea suggerisce una lettura più articolata della procrastinazione. Già in Superare la procrastinazione affrontando le paure avevo esaminato il rapporto tra procrastinazione e regolazione emotiva. L'ipotesi è che rimandare un compito possa rappresentare una strategia disfunzionale per sottrarsi temporaneamente a emozioni spiacevoli, come ansia, noia, frustrazione o preoccupazione. È una prospettiva molto diversa da quella di Pressfield.

Talvolta rimandiamo perché il compito che dovremmo affrontare produce emozioni che non sappiamo gestire adeguatamente. Controllare la posta elettronica, allora, ci tiene lontani dal lavoro, certo, ma ci regala anche un sollievo emotivo immediato. In questi casi, ordinarsi di cominciare potrebbe non essere sufficiente. Occorre imparare a riconoscere, tollerare e regolare ciò che rende quel compito psicologicamente minaccioso. Le due prospettive non sono necessariamente incompatibili. Pressfield ci invita a non aspettare che la paura scompaia prima di agire; la psicologia della regolazione emotiva ci aiuta a comprendere come convivere con quella paura senza esserne sopraffatti.

La disciplina può aiutarci a cominciare, ma la comprensione delle nostre emozioni può aiutarci a continuare senza trasformare ogni difficoltà in una colpa.

Ispirazione e lavoro creativo: le Muse di Pressfield

Nell'ultima parte del libro, Pressfield abbandona a poco a poco il linguaggio della disciplina per avvicinarsi a quello della spiritualità. Compaiono le Muse, gli angeli, l'ispirazione e l'idea che, quando ci dedichiamo seriamente a un progetto, qualcosa di più grande della nostra volontà cosciente cominci a collaborare con noi. È la parte più difficile da accogliere letteralmente, ma contiene un'intuizione preziosa. Chiunque abbia lavorato a lungo su un problema complesso conosce l'esperienza di trovare una soluzione mentre sta facendo tutt'altro. Un'intuizione compare durante una passeggiata, sotto la doccia, in un momento apparentemente distante dal lavoro.

Pressfield descrive questa esperienza attraverso il linguaggio delle Muse: «Nuovi spunti si presentano nella nostra mente mentre ci radiamo la barba, o facciamo una doccia, o anche quando, incredibilmente, stiamo lavorando». Non è necessario condividere la sua interpretazione spirituale per riconoscere il fenomeno. La nostra attività mentale non coincide interamente con ciò che controlliamo in modo cosciente. Esistono processi associativi e di elaborazione che continuano anche quando la nostra attenzione è rivolta altrove.

L'aspetto più interessante, però, è il rapporto che Pressfield stabilisce tra questo mistero e la pratica quotidiana. L'ispirazione non può essere comandata, ma possiamo creare le condizioni affinché si manifesti. Possiamo studiare, esercitarci, approfondire un problema, accumulare esperienze e continuare a lavorare anche quando non abbiamo ancora trovato una soluzione. Così intesa, la disciplina smette di essere l'opposto della creatività e diventa uno dei modi in cui ci rendiamo disponibili a essa.

La vita non vissuta: vocazione o possibilità?

Chiuso il libro, più che un metodo per essere più produttivi, mi è rimasta in testa una domanda. Che cosa stiamo rinunciando a diventare? Pressfield risponde attraverso l'idea di una vocazione personale, di qualcosa che ciascuno sarebbe chiamato a realizzare. È una concezione che richiama, per certi aspetti, la teoria della ghianda di James Hillman: l'ipotesi che ogni individuo porti dentro di sé un'immagine della propria possibile realizzazione.

Non credo che esista qualcosa come un'unica vocazione da scoprire o una versione autentica di noi stessi che attende soltanto di essere liberata. Mi sembra più interessante pensare che la nostra identità si costruisca strada facendo, attraverso le possibilità che scegliamo di esplorare. Non siamo soltanto ciò che siamo già diventati, ma anche ciò che possiamo ancora imparare, sperimentare e trasformare. Vista così, la vita non vissuta non è più un destino tradito, ma l'insieme delle possibilità che non abbiamo ancora avuto il coraggio, l'occasione o la consapevolezza di mettere alla prova.

La Resistenza descritta da Pressfield ci ricorda che non tutte le rinunce sono decisioni consapevoli. Alcune prendono la forma di piccoli rinvii quotidiani, apparentemente insignificanti, che finiscono per consolidarsi in abitudini. Più che lasciare a metà un progetto, rischiamo di smettere, un rinvio dopo l'altro, di interrogarci sulle nostre possibilità. Per questo, di tutto il libro, la frase che mi porto dietro è una delle più semplici, pronunciata da un amico di Pressfield quando lo scrittore gli comunica di aver finalmente terminato un lavoro: «Buon per te!», mi disse senza guardarmi nemmeno. «Cominciane uno nuovo oggi».

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