Partivo da una domanda un po' confusa: come restare umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Non era un interrogativo teorico, ma il tentativo di dare forma a una sensazione sempre più concreta: ogni volta che l’AI mi solleva da un compito, mi offre tempo, efficienza e potenza; ma, nello stesso gesto, rischia anche di ridurre l’esercizio di alcune facoltà che considero costitutive della mia umanità. Non penso solo alla capacità di eseguire un lavoro, ma a quella di sostare in un problema, formulare da sé un ragionamento, cercare le parole giuste, misurarsi con la lentezza necessaria a capire davvero qualcosa. Poche settimane fa questa stessa domanda mi aveva portato a Mark Fisher e alla sua idea di una continuità tra noi e le macchine, fino a suggerire che diventare meno umani non sia necessariamente un dramma (E se fossimo noi a non essere vivi? La flatline gotica di Mark Fisher). Ora, invece, mi ha condotto a Sylvain Tesson e al suo Piccolo trattato sull'immensità del mondo, dove la risposta prende una direzione quasi opposta: sottrarsi al cyberspazio e tornare al mondo attraversato con “mezzi leali”, cioè con il corpo, con la lentezza, con l’esperienza diretta. Tra queste due polarità — l’integrazione con la macchina e la fuga da essa — si colloca il problema che mi interessa davvero.

Il Wanderer e l'immensità

La figura che Tesson pone al centro è il Wanderer: il viandante di matrice ottocentesca che attraversa il mondo cercando la bellezza ovunque essa si nasconda. È l'uomo del Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, in piedi sulla roccia davanti all'abisso di vapore. È il Waldgänger di Ernst Jünger, colui che passando al bosco affronta e vince l'angoscia. A questo viaggiatore Tesson chiede la capacità di «scivolare dal filo d'erba al cosmo», di trovare l'immensità tanto in un granello di sabbia quanto in un intero deserto.

Questa parte la capisco fino in fondo. Il mondo appare immenso a chi lo attraversa by fair means, con le proprie forze, lentamente, misurando ogni distanza con il corpo. E capisco la paura che attraversa il libro: che senza questo sforzo lo stupore svanisca. È un timore legittimo, e Tesson lo trasforma in pagine bellissime.

La tentazione della sottrazione

Di fronte all'avanzata della macchina — ieri l'industria, oggi l'intelligenza artificiale — ritorna periodicamente la stessa risposta: la fuga. Rinunciare al mondo tecnologico per preservare sé stessi. Tesson la declina in forma romantica: il bosco, il vagabondaggio, la capanna, la lentezza del corpo che misura la distanza. Nel dibattito sull'AI riappare in forma analoga: rifiutare la delega alle macchine cognitive per tenere viva la mente.

Entrambe le risposte nascono da un'intuizione vera — le nostre facoltà si atrofizzano se non le esercitiamo — e arrivano alla stessa conclusione: che la strada sia sottrarsi. Ma se il confine tra umano e macchina è poroso, come Fisher suggerisce, la fuga, in fondo, non è possibile, né auspicabile.

La natura non basta

È davvero la natura ciò che amiamo di più? Molto di ciò che ci commuove, ci esalta, ci dà il senso di essere vivi nasce dalla cultura — e da una cultura che esiste solo su larga scala, solo grazie alla collaborazione di molte persone.

Le cattedrali gotiche sulle quali Tesson ama arrampicarsi non sono cresciute nel bosco. Sono il prodotto di secoli di matematica, teologia, artigianato trasmesso, organizzazione del lavoro, commercio di pietra e vetro, committenza religiosa e civile. La sinfonia che riempie una sala da concerto nasce da una tradizione lunga secoli, da compositori che studiavano i predecessori, da liutai, da un pubblico che impara ad ascoltare. Il teatro, il cinema, la volta affrescata, il romanzo esistono grazie alla città, alla densità umana, allo scambio continuo che solo la vita collettiva rende possibile.

Il Wanderer cerca la bellezza dappertutto, dal granello di sabbia al filo d’erba. Ma quella bellezza è in gran parte mediata dalla cultura, e la cultura è anche una forma di tecnologia: prima la scrittura, poi i media, oggi l’AI. Perciò, indicare la natura come risposta al bisogno di bellezza significa dimenticare quanto di noi stessi sia già, e in modo irreversibile, plasmato dalla cultura.

Lo stupore si sposta

Qui sta il punto che Tesson sfiora senza sviluppare fino in fondo. La sua immagine più bella — «scivolare dal filo d’erba al cosmo» — suggerisce che lo stupore, uno dei tratti più propri dell’umano, non abbia un luogo fisso. Vive nelle terre incognite, nelle vette, nei deserti; ma vive anche alle frontiere della conoscenza, ai margini di ciò che ancora non sappiamo, nelle domande che nessuna macchina ha ancora saputo formulare.

L’intelligenza artificiale amplia questo spazio. Liberandoci da una parte dei compiti cognitivi più ripetitivi, ci offre più tempo, più energia e più strumenti per spingerci verso quelle frontiere. La meraviglia non scompare: si sposta, come ha sempre fatto.

Una strategia che attraversa

La risposta che propongo è l'attraversamento consapevole: né rinuncia alla natura by fair means, né rinuncia alla macchina.

Nel lavoro, l'intelligenza artificiale è ormai così strategica da rendere impensabile rinunciarvi. Usarla pienamente cambia la forma del lavoro cognitivo, senza abolirlo. Chi lavora con l'AI smette di suonare e diventa direttore d'orchestra: deve capire cosa chiedere, valutare cosa riceve, correggere, integrare, decidere dove spingere e dove frenare. È un lavoro cognitivo per certi aspetti più esigente, perché richiede visione d'insieme, giudizio critico, capacità di tenere il filo. Il musicista conosce il suo strumento; il direttore conosce tutti gli strumenti e la partitura intera.

Resta un rischio reale: chi dirige sempre e non suona mai perde la facoltà di suonare. Per questo propongo che fuori dal lavoro continuiamo a esercitare l'intera tastiera della mente — studiare sui libri, scrivere, disegnare, fare riassunti, risolvere equazioni, dimostrare teoremi, formulare teorie filosofiche, comporre musica, scrivere poesie. Queste facoltà sono il materiale grezzo del pensiero, e si rinforzano solo se le alleniamo.

La proposta di Tesson per salvare l'immensità guarda indietro: cerca di preservare l'umano sottraendolo alla tecnologia. Io preferisco un'altra strada: abitare la tecnologia con piena consapevolezza — con le sue città, le sue macchine, le sue intelligenze artificiali — e tenere vive, con disciplina e intenzione, le facoltà che ci permettono di percepirla.

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